Il 3 marzo 2018 tutti gli osservatori erano abbastanza concordi nell’affermare che dalla tornata elettorale del giorno successivo difficilmente sarebbe uscita una coalizione in grado di esprimere una maggioranza stabile in Parlamento. Chi covava un briciolo di speranza nella formazione di un governo in breve tempo guardava al centrodestra, in quel momento impegnato in una guerra civile (all’epoca dall’esito ancora incerto) tra la nuova Lega di Salvini e Forza Italia, guidata da un Berlusconi che sembrava poter dare l’ultima scossa decisiva alla sua creatura.
I risultati delle elezioni, come largamente previsto, non ci donarono un chiaro vincitore, con il Movimento 5 Stelle primo partito, ma incapace di governare da solo, un PD al minimo storico e un centrodestra che, pur acclamando come nuovo leader il segretario del Carroccio, non raggiunse la maggioranza dei seggi. Da quel momento si sono susseguite settimane di stallo alla messicana, in cui sembrava non esserci una soluzione, ma che si sono conclusi, come tutti sappiamo, con l’alleanza gialloverde.

Durante quei lunghi mesi di contrattazioni c’è stato un momento in cui sembrava che fosse proprio il centrodestra ad avere il pallino del gioco e che gli bastasse trovare quelli che in gergo vengono chiamati “responsabili” per formare un governo, se non di maggioranza, almeno di minoranza. È stato in quel momento che Berlusconi ha provato a sparare le sue ultime cartucce per riprendersi la scena a discapito del nuovo pupillo dell’elettorato di destra, Matteo Salvini. In particolare subito dopo una delle ultime consultazioni con il Presidente della Repubblica, il leader di Forza Italia tenta un ultimo colpo di coda, attaccando, neanche troppo velatamente, il M5S, presagendo probabilmente il “tradimento” della Lega.
Il risultato di quei mesi conversazioni, voci di corridoio e pugnalate alle spalle è cosa nota, quindi possiamo arrivare al nocciolo della questione.
Mentre era evidente il dissidio, seppur appena accennato pubblicamente, tra Berlusconi e Salvini, Giorgia Meloni, leader della terza gamba della coalizione, sembrava la figura deputata a fare da paciere tra le due forze che si contendevano la leadership del centrodestra. Per tutto il periodo delle consultazioni sembrava, tra tutti i soggetti coinvolti, la più grande sostenitrice di un governo che coinvolgesse esclusivamente le forze conservatrici, essendosi battuta fin dall’inizio della campagna elettorale per portare avanti quest’idea.
Ricordate il patto anti-inciucio? Molti probabilmente no, però vale la pena riportarlo alla memoria. Il 18 febbraio, 27 giorni prima delle elezioni, la Meloni organizza un grande evento, largamente sponsorizzato sui suoi canali social, durante il quale firma un contratto in cui promette che nessun partito del centrodestra si sarebbe alleato con esponenti di altre aree politiche. Ci fu, però, un problema abbastanza evidente: all’evento non si presentarono né Salvini né Berlusconi. Entrambi sapevano che quasi sicuramente avrebbero dovuto cercare alleati in altre sponde (Movimento 5 Stelle il primo, Partito Democratico il secondo) e non avevano intenzione di prestare il loro volto ad una manifestazione che avrebbe potuto ritorcersi contro.
Inoltre, quando ormai il governo Conte stava per essere ufficializzato, si parlò per qualche ora di un possibile inserimento proprio di Fratelli d’Italia all’interno della coalizione, per mettere in cassaforte anche la risicata maggioranza al Senato. Ipotesi smentita quasi immediatamente da Di Maio, che già immaginava di correre il rischio di deludere i suoi elettori moderati alleandosi con una forza così espressamente di destra. Inglobare anche la destra più estrema presente in Parlamento sarebbe stato eccessivo.

Tutti questi segnali avrebbero dovuto farle comprendere la situazione: quelli che pensava potessero essere i suoi alleati, si guardavano intorno, ignorando la sua presenza e i suoi seggi.
Con la nascita del governo Conte, Berlusconi e la Meloni hanno intrapreso una comunicazione quasi identica: attaccare costantemente i 5 Stelle, ammiccando però all’alleato leghista (votando anche contro l’autorizzazione a procedere contro il vice Ministro sul caso Diciotti), soprattutto in occasione delle elezioni regionali degli ultimi mesi.
Infatti i due leader si sono ritrovati nella scomoda posizione di essere opposizione al Governo, ma alleati della Lega in quasi tutte le Regioni e i Comuni a guida centrodestra. Così il loro unico avversario è diventato Di Maio, mentre non potrebbero opporsi a Salvini senza essere accusati di incoerenza.
Questa situazione ha inevitabilmente portato in una posizione di vantaggio lo stesso Salvini che, in questo modo, deve difendersi da una sola parte dell’opposizione (quella a sinistra dell’emiciclo) e ha costretto Berlusconi e la Meloni a destreggiarsi tra giochi linguistici per corrodere l’elettorato di questo governo senza inimicarsi eccessivamente la Lega.
Da Berlusconi un comportamento del genere è anche comprensibile: il suo partito si sta lentamente sgretolando e probabilmente, nel momento stesso in cui scomparirà, vi sarà una fuga dei suoi componenti verso la Lega, che diventerà il partito di (centro)destra del Paese. D’altra parte quello che è stato il suo elettorato storico, ovvero i moderati, sta lentamente scomparendo, polarizzandosi sempre di più e cercando un’altra tipologia di leader.
Ed è proprio cercando all’interno del fenomeno della polarizzazione politica che si ritrova l’occasione mancata da Fratelli d’Italia. Se, infatti, l’attuale governo riceve giornalmente attacchi da sinistra, lo stesso non accade dall’altro lato dello schieramento politico.
Possiamo affermare che la Meloni ha perso l’occasione di fare opposizione da destra a Salvini?
Può sembrare strano pensarlo, dal momento che il governo si sta spostando sempre di più verso le posizioni conservatrici della componente leghista. Eppure le contraddizioni all’interno del partito sono tante.
Sono facilmente reperibili dichiarazioni di Salvini durante le settimane antecedenti al voto in cui negava categoricamente qualsiasi alleanza con il Movimento; i porti rimangono aperti anche se il Ministro dell’Interno afferma il contrario; alcuni extracomunitari, seppur in numero minore rispetto al passato, riescono ancora ad arrivare sulle nostre coste; il Decreto Sicurezza ha portato per strada migliaia di persone che andranno ad aumentare la situazione di degrado di molte realtà italiane.
È evidente che i temi su cui insistere per screditare la fiducia riposta in Salvini ci siano, ma sembra che non siano sfruttati. Eppure un potenziale elettorato a cui rivolgersi potrebbe esistere. Come accennato prima, a causa di una serie di fenomeni, la politica tende ormai a creare polarizzazioni sempre più accese, spingendo ogni giorno un po’ più in là il limite. Anche l’elezione di Zingaretti va in questo senso: il tentativo di sfondare al centro da parte di Renzi è fallito e gli elettori hanno scelto colui che dovrebbe rappresentare l’ala più estremista (qui ovviamente di sinistra) di un partito comunque moderato.
La Meloni avrebbe potuto tendere qualche tranello al suo semi-alleato, cercando di erodere la parte più a destra del suo elettorato e convogliandola verso il suo partito. Ovviamente sarebbe stata una strategia a lungo termine che, se avesse avuto successo, avrebbe avuto i suoi frutti dopo un po’ di tempo (probabilmente anni), ma che sarebbe potuta risultare efficace dopo il disinnamoramento della nuova base leghista (quella più volatile), magari dopo la conclusione, anticipata o meno, del governo.
Perché la Meloni allora non ha nemmeno provato ad abbozzare una strategia simile? Le ragioni in parte vanno ricercate nelle ultime considerazioni fatte. Un tipo di comunicazione del genere avrebbe avuto riscontri nelle percentuali ad un passo molto lento e probabilmente la leader di FdI ha puntato le sue fiches su una fine anticipata dell’esecutivo, in modo da tornare alle urne per formare un nuovo governo, questa volta davvero senza inciuci. Anche questa strada, però, non è esente da intoppi. Non è infatti certo che il centrodestra riuscirà ad ottenere la maggioranza dei seggi con nuove elezioni e sarebbe forte il rischio di una nuova impasse.
Il secondo motivo è, invece, legato all’opportunità politica. Se la strada dell’opposizione è lunga vuol dire anche perdere numerose occasioni di governo. Questa volta, però, governi regionali. Solo poche settimane fa in Abruzzo è stato eletto il primo presidente di Regione proveniente da Fratelli d’Italia, decretando un’altra vittoria per il centrodestra. Se il partito della Meloni avesse corso da solo non avrebbe avuto alcuna possibilità di eleggere il proprio governatore e, anzi, probabilmente avrebbe avuto difficoltà anche solo a portare in Consiglio qualche suo esponente.
In poche parole la Meloni si è lasciata mettere in naftalina da Salvini in attesa di tempi migliori, con l’obiettivo di indebolire esclusivamente il M5S. Anche questo probabilmente con il beneplacito di Salvini.
