Come non scegliere un nome: il PD e lo Ius Soli

In questi giorni il tema della cittadinanza è tornato al centro del dibattito politico italiano grazie alla storia di Rami e delle polemiche sorte intorno al ragazzo. Da una parte chi lo ha eletto a portavoce di una minoranza emarginata rispetto ai coetanei italiani, dall’altra chi ha di nuovo sottolineato come la cittadinanza debba essere raggiunta solo alla conclusione di un lungo processo di integrazione.

Non è qui che discuteremo chi può avere ragione e chi torto, né delle modalità con cui è possibile ottenere il passaporto italiano. Chi scrive è interessato principalmente alle dinamiche comunicative che, è sempre bene ricordarlo, dovrebbero essere scevre da qualsiasi considerazione politica personale.

Dopo l’ospitata da Fazio in cui Rami e Adam hanno confessato il loro sogno di diventare carabinieri, Salvini ha deciso di concedere loro la cittadinanza, avendo loro ottenuto il prerequisito di base per considerarsi italiani: aspirare al posto pubblico.

Così, come un fiume carsico di cui si erano perse le tracce, è riapparso, prima sui feed dei politici e immediatamente dopo sulle prime pagine dei quotidiani, il termine Ius Soli. I maggiori sostenitori di tale provvedimento sono stati i partiti della sinistra, soprattutto il PD, che nella scorsa legislatura avevano avviato l’iter per riformare in questo senso la legge italiana.

Ma cosa c’entra tutto questo con la comunicazione politica? Per scoprirlo dobbiamo fare due cose: capire cosa si intende per Ius Soli e ripercorrere velocemente la storia di come si è arrivati al fallimento della riforma negli ultimi anni.

Per Ius Soli si intende il diritto di un bambino ad acquisire la cittadinanza di un Paese per il solo motivo di esserci nato. Il caso più famoso è probabilmente quello degli Stati Uniti dove, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori o dal loro Paese di provenienza, chiunque nasca sul suo solo ha diritto ad ottenere il passaporto statunitense. Lo Ius Soli si contrappone allo Ius Sanguinis (principio attualmente in vigore in Italia), per cui la cittadinanza è un lascito esclusivo dei genitori.

Il 28 settembre 2015 fu presentata alla Camera la nuova legge sulla cittadinanza che fu approvata il 13 ottobre dello stesso anno. Poi rimase ferma per un po’ prima di passare al Senato, dove la maggioranza, composta anche dal Nuovo Centro Destra di Alfano, era più risicata e alcune componenti del governo si mostrarono restie a votarla. Il tira e molla andò avanti fino al 23 dicembre del 2018, quando la votazione fu annullata per la mancanza del numero legale dei Senatori, ponendo definitivamente fine al percorso della riforma. Ma cosa prevedeva questa legge?

Il testo introduceva:
– uno Ius Soli “temperato”, per cui se uno dei due genitori stranieri era in possesso di un permesso di soggiorno UE da almeno cinque anni, il figlio aveva diritto alla cittadinanza;
– uno Ius Culturae, per cui un ragazzo che avesse già compiuto dodici anni e frequentato almeno due cicli di studio in Italia poteva chiedere la cittadinanza.

Questo è quello che succede quando calendarizzi una discussione parlamentare a due giorni dalle feste.

Dopo questo breve excursus appare più chiaro il problema di fondo nella comunicazione del Partito Democratico di questa riforma: basta confrontare la definizione di Ius Soli con il testo di legge per capire che quello presentato in Parlamento più di due anni fa e di cui si discute ancora non è assolutamente assimilabile come Ius Soli. E non si può affermare che sia solo un’imprecisione tecnica, dal momento che, se non alla sconfitta, dargli questo nome ha portato alla legge l’avversione di molti elettori italiani.

I termini da usare, che siano per definire una legge o descrivere un fenomeno, sono scelte fondamentali quando si fa comunicazione (non solo politica). In quel caso il Partito Democratico aveva l’occasione di definire nominalmente la riforma e decidere la sfumatura da dargli: ha optato per quella che più poteva piacere ai suoi elettori che vedevano con piacere la possibilità di dare a tutti coloro che nascevano in Italia la cittadinanza del nostro Paese. Eppure anche per loro non sarebbe stato così.

Già tre anni fa la discussione pubblica intorno all’immigrazione era favorevole ai partiti di destra, in primis la Lega, e l’opinione pubblica era già sulla strada di un totale appoggio a chi prometteva riforme drastiche per limitarla. Come poteva la promessa di rendere più semplice l’ottenimento della cittadinanza scaldare il cuore di questa parte di cittadini?

Ancora una volta, non stiamo parlando della necessità politica di affrontare o meno questo tema, ma della possibilità di gestirne la comunicazione. Non è ben chiaro, infatti, perché il PD abbia deciso di chiamare Ius Soli qualcosa che non lo è, scontentando sia i suoi elettori che da quel momento si sarebbero poi aspettati un vero Ius Soli, sia, invece, chi temeva che orde di immigrati arrivassero in Italia per far nascere nuovi italiani.

Un assist perfetto che Salvini non si lascia sfuggire (con tanto di cornice per la foto profilo)

Per capire quanto è importante il nome che i politici scelgono di dare alle proprie proposte, possiamo citare il caso italiano più famoso degli ultimi anni.

Qual è stato il cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle in questi anni e durante la campagna elettorale? Subito dopo il concetto di “partito dell’onestà”, il primo elemento che viene in mente è il Reddito di cittadinanza.
Quello che il Movimento ha sbandierato in questi anni è davvero un Reddito di cittadinanza? Ovviamente no, ma chiamandolo in questo modo è riuscito ad avere un eco che altrimenti non avrebbe avuto se fosse stato noto col nome di Reddito di disoccupazione, per esempio.

Il RDC generava speranza negli elettori e ha messo sulla difensiva gli avversari che, cascando pienamente nella trappola, hanno speso più tempo ed energie a spiegare come non fosse davvero quello che veniva promesso che a trovare proposte migliori da offrire. Così si cadeva in un circolo vizioso per i 5 Stelle, in cui non si poteva non parlare di loro senza non nominare la loro riforma cardine, complice anche la poca destrezza degli altri partiti nell’allontanarsi da questo tipo di narrazione. La scelta del nome “Reddito di cittadinanza” è stata efficace perché semplice, di impatto e, anche se non del tutto veritiera, abbastanza vaga da poter essere manipolata dagli stessi deputati e senatori del M5S a seconda delle circostanze.

Solo Fratelli d’Italia ha provato a ribaltarne il senso definendolo “Reddito di delinquenza”. Qui, però, l’errore sta nell’attaccare un partito su quello che è il suo punto di forza, ovvero la contrapposizione onestà/disonestà

Tornando allo Ius Soli, invece, non emergono particolari punti di forza nell’aver scelto questo nome, piuttosto che uno più vago che richiamasse l’idea di integrazione. Puntare su questo aspetto avrebbe reso più inoffensivi gli attacchi provenienti dai partiti di destra che pretendono la concessione della cittadinanza dopo un periodo di inserimento all’interno della società italiana. Circostanza che era comunque necessaria, come abbiamo visto, con lo Ius Culturae. Anche insistere maggiormente su questo secondo aspetto, ovvero quello della “cultura”, avrebbe potuto rendere più accettabile agli occhi di un certo elettorato la riforma. Soprattutto considerando che, almeno al Senato, i voti degli uomini di Alfano sarebbero stati assolutamente necessari e che il suo partito sarebbe stato in imbarazzo ad approvare una norma così sfacciatamente progressista.

Nonostante il fallimento del primo tentativo di riforma e il clima d’opinione sempre più contrario a concessioni nei confronti degli immigrati, anche in questi giorni la narrazione da parte del Partito Democratico non è cambiata. Ormai la questione della cittadinanza in Italia si è limitata all’essere pro o contro lo Ius Soli, senza che un vero Ius Soli fosse mai preso in considerazione. Ancora una volta il PD ha scelto la strada più semplice, quella dell’immediatezza e dell’ammiccamento ad un pubblico progressista, ma certamente di nicchia, e si è fatto trascinare su un terreno perdente, ancora di più oggi che non ha la forza, come poteva ancora essere nel 2015, di dettare l’agenda politica.

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