L’evoluzione della retorica di Erdoğan (Capitolo I)

Questo articolo si divide in sei parti che verranno pubblicate qui ogni martedì. Nelle prime quattro si farà un’analisi dell’evoluzione della retorica di Erdoğan, dall’inizio della sua carriera politica fino ai giorni nostri, analizzando le campagne elettorali, la sua comunicazione, le sue parole; ad ogni paragrafo sarà associata una sua frase o un’espressione chiave che riassuma la posizione di Erdoğan in quella determinata fase. Nella seconda ci si concentrerà su tre tematiche trasversali che hanno caratterizzato tutta la sua carriera (la questione curda, l’istruzione, la politica estera) e il modo nel quale sono state affrontate dal presidente turco.

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Una delle immagini più iconiche di questo decennio, destinata a rimanere impressa nella mente di tutti, è sicuramente il volto di Recep Tayyip Erdoğan sullo smartphone di una giornalista di CNN Türk, mentre, nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, chiama i suoi sostenitori a scendere in piazza contro una parte dell’esercito che, in quelle ore, stava tentando di portare a termine l’ennesimo golpe della storia della Turchia moderna. Il giorno successivo Erdoğan e i suoi alleati di governo accuseranno Fethullah Gülen, ex alleato dello stesso Erdoğan in auto-esilio in Pennsylvania, e indirettamente gli Stati Uniti, di aver organizzato il golpe. Le ripercussioni saranno immediate: il 17 luglio viene staccata la corrente alla base aerea di Incirlik, dalla quale partono molti degli arei della coalizione anti-Isis. La tensione tra la Turchia e i paesi occidentali crescerà di giorno in giorno, anche con i paesi europei, in particolar modo la Germania, visti sempre con maggiore diffidenza dal presidente turco.

Dopo ore di dubbi e incertezze, il volto di Erdoğan apparve improvvisamente nell’ultimo luogo dove avremmo immaginato di trovarlo

Oggi ci sembra normale pensare ad Erdoğan in questo modo: uno dei tanti leader musulmani che fondano il loro successo sull’esaltazione della propria figura, attraverso un sistema di censura e controlli, e che lega la propria visione politica alla religione predominante nel proprio paese. Eppure non è sempre stato così. All’inizio del suo mandato da primo ministro, all’alba di questo millennio, Erdoğan fu accolto dalla comunità internazionale con grande entusiasmo, mostrandosi come un leader musulmano moderato che poteva essere sia d’esempio per il resto dell’area medio-orientale, sia un valido alleato in una zona geografica fondamentale per le potenze occidentali. D’altra parte va ricordato che la Turchia possiede il secondo più grande esercito all’interno della Nato e per questo poteva rivelarsi un alleato strategicamente ideale.

Quando Erdoğan venne eletto primo ministro nel 2002, il Medio Oriente stava per vivere una nuova epoca di guerre e dissidi: la guerra in Iraq seguita poco dopo dall’invasione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti, il terrorismo di matrice islamica che si diffondeva a macchia d’olio in Europa, sarebbero stati tutti elementi che avrebbero caratterizzato la politica internazionale negli anni seguenti e il fatto di poter contare su un alleato come la Turchia appariva fondamentale. In quegli stessi anni si cominciava a parlare di un ipotetico ingresso di Ankara tra i membri dell’Unione Europea, tra le proteste di chi temeva di portarsi i terroristi in casa e chi, invece, vedeva come un’opportunità l’allargamento della Comunità verso Oriente.

Nel 2002 Erdoğan veniva accolto da Bush alla Casa Bianca e, nella consueta conferenza post incontro, arrivava ad affermare che «vediamo la nostra richiesta di diventare membri dell’Unione Europea come il più importante progetto di modernizzazione per il nostro Paese dai tempi dell’instaurazione della Repubblica». Si mostrava, dunque, alla comunità internazionale come l’ultimo erede di Ataturk, ponendo le sue politiche come ultimo tassello per il raggiungimento di quelle del padre della patria turco. Non erano, quindi, solo i leader degli altri Paesi a vederlo come un progressista, ma era egli stesso a presentarsi come tale. Ma a quei non tempi non ci si limitava alle parole: il risultato di quell’incontro a Washington fu infatti il permesso da parte di Ankara ad usare le basi Nato in Turchia per attaccare l’Iraq durante la guerra contro Saddam Hussein. Quelle stesse basi che, quattordici anni dopo, saranno al centro degli scontri diplomatici tra la Turchia e gli Stati Uniti.

C’è stato un momento della storia in cui il Presidente statunitense poteva mostrarsi sorridente insieme alla sua controparte turca senza suscitare imbarazzi

Ciò che bisogna, dunque, chiedersi è se Erdoğan sia stato sottovalutato dalle potenze occidentali che troppo presto l’hanno considerato un alleato affidabile o se, al contrario, il pensiero di Erdoğan sia davvero cambiato, che sia stato per le circostanze o per un reale mutamento del suo pensiero politico, portandolo a diventare il despota che oggi conosciamo.

1. Gli inizi – Merhaba

Per rispondere alla domanda che ci siamo posti occorre per prima cosa capire da dove arriva Erdoğan e quale sia stata la strada che l’ha portato a diventare leader indiscusso della Turchia.
La sua carriera politica comincia ad avere rilevanza a partire dal 1983, quando dalle ceneri del Milli Selamet Partisi, nasce il Refah Partisi (Partito del benessere) guidato ancora una volta da Erbakan, il più importante leader della destra islamica turca in quel periodo. È proprio il capo del partito a vedere per primo in Erdoğan le capacità di leadership di quell’uomo che, anni dopo, sarebbe diventato il fulcro della politica turca. Per questo motivo affida a lui e a Bahri Zengin, un ingegnere di Istanbul, il compito di riorganizzare la comunicazione interna ed esterna del partito.

Il Refah si dotò, quindi, di una macchina organizzativa capillare, con una gerarchia ben precisa ed una rete di sedi sparsa su tutto il territorio. Il nucleo centrale non era più costituito dal palazzo del partito ad Istanbul, ma dalle sedi locali che avevano il compito di trasmettere alla base solo le notizie più importanti. In questo modo la comunicazione aveva un carattere prettamente locale e poteva adattarsi meglio alle esigenze delle diverse aree della nazione. Oltre a queste modifiche interne, Erdoğan fu fautore della creazione di una nuova immagine del partito: aveva capito che per diventare rilevanti a livello nazionale bisognava copiare le strategie utilizzate dai partiti progressisti. Così le tematiche maggiormente affrontate dai politici del Refah passarono da quelle sociali e religiose a quelle economiche. Erdoğan sapeva bene di avere, in questo campo, un vantaggio competitivo enorme: i partiti al governo parlavano dei problemi economici della popolazione, ma gli scandali riguardanti corruzione e riciclaggio di soldi erano all’ordine del giorno, minando sensibilmente la loro credibilità. Le attività di comunicazione territoriale erano effettuate da volontari che nel tempo libero erano ben felici di aiutare il partito, ma che erano comunque ben addestrati e istruiti su come comportarsi nel relazionarsi ai possibili elettori. La regola numero uno era quella di adattarsi al contesto e alle persone con cui si aveva a che fare: mostrarsi progressisti e parlare di economia nei quartieri del centro di Istanbul, sorseggiando alcolici e affidando il compito a ragazze senza velo; discutere di religione nelle zone più conservatrici del Paese, in modo da non indispettire l’elettorato storico. La strategia si basava, dunque, sulla capacità di essere camaleontici e sapersi adattare alle varie realtà in modo da mostrare, di volta in volta, un’anima diversa del partito. A dimostrazione di ciò, Erdoğan era solito dare un consiglio a chi si accingeva a mettere il proprio tempo libero a servizio del partito: salutare con un “merhaba” (la versione più turca e laica del saluto) e non con “selamun aleykum” (il saluto tipico degli ambienti religiosi).

Il simbolo del Refah Partisi (Partito del Benessere) sciolto nel 1998 dalla Corte Costituzionale turca. Lo slogan del partito era “La giustizia è il nostro obiettivo”.

Queste riforme radicali nel modo di presentarsi ai cittadini, resero Erdoğan inviso alla maggior parte della dirigenza storica del partito, che vedeva in tutto ciò una rinuncia ai loro valori storici e non concepivano l’idea di poter dare una facciata così riformista al partito. Ciò che questi dirigenti non avevano inteso era che queste riforme erano solo un’operazione di facciata, messa in atto da una parte per legittimare la presenza del partito e renderlo meno pericoloso agli occhi dei militari che lo tenevano sotto controllo, dall’altra un escamotage per arrivare a conquistare i voti degli elettori più moderati. Erdoğan, invece, aveva ben presente tutto ciò ed era pronto a raccogliere i frutti di dieci anni di lavoro sul territorio.

La sua prima sfida elettorale si svolge, infatti, nel 1989 tra le strade di Beyoğlu, storico quartiere di Istanbul, dove corre per diventare sindaco dell’omonimo distretto, riuscendo ad ottenere il 17% delle preferenze e perdendo per una manciata di voti, ma portando il Refah ad un risultato storico. In questa occasione, però, mostrò anche per la prima volta il suo lato più irruento e duro: lo scarto di voti era fu risicato che il partito di Erdoğan decise di fare ricorso, seppure non avesse alcune possibilità di vincere visto il carattere laico che avevano i tribunali di Istanbul. Così, dopo che fu emessa la sentenza che tutti si aspettavano, Erdoğan apostrofò il giudice con l’epiteto «ubriaco», venendo punito con una settimana di carcere e una multa di 500.000 lire turche dell’epoca.

Come detto, sebbene si trattasse di una sconfitta, il risultato fu sorprendente, tanto da far ricredere tutti gli avversari interni di Erdoğan che a malincuore dovettero riconoscere l’abilità mostrata in campagna elettorale dal futuro premier. D’altra parte Erdoğan non sfruttò la situazione per avviare una scalata interna al partito e ambire a posizioni più privilegiate, ma ne approfittò esclusivamente per rafforzare la sua immagine e convincere i detrattori che il suo modello di comunicazione fosse il migliore tra quelli possibili.

Ciò che davvero interessava a Erdoğan non era tanto una vetrina politica all’interno del Refah, ma raggiungere il potere nel modo più veloce possibile. Questa opportunità gli fu dapprima negata nel 1991, quando il suo mandato da parlamentare durò appena 10 giorni a causa di un cavillo legale, ma gli si ripresentò appena due anni dopo, in occasioni delle elezioni per il sindaco di Istanbul.

Il “modello Erdoğan” si era ormai diffuso in tutta la Turchia tra i dirigenti e gli attivisti del Refah, che furono richiamati al quartier generale per organizzare una campagna elettorale dalla durata di 12 mesi. In questo periodo Erdoğan si fece vedere ovunque, tra i cittadini, nelle piazze e nelle strade, senza disdegnare nessun ambiente o ceto. Dava un’immagine di sé come di politico vicino al popolo, in grado di ascoltare i problemi dei cittadini, ma anche di risolverli con onestà e pragmatismo. Questo tour de force portò ad un risultato che solo un anno prima sembrava impossibile: il 27 marzo 1994 con il 25% dei voti Erdoğan fu eletto sindaco di Istanbul. Non solo lui, ma tutto il partito poteva esultare: in vista delle imminenti elezioni politiche, una corretta amministrazione della più importante città del Paese poteva essere il migliore degli spot elettorali. E non si può certo dire che nei suoi primi anni da primo cittadino Erdoğan non abbia mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale. La moderna Istanbul è anche figlia dei progetti nati in quegli anni e che portano il nome dell’attuale Presidente. Il terzo ponte sul Bosforo, l’avvio della costruzione di nuovi grattacieli e linee della metropolitana, sono solo i più evidenti tra i piani di riqualificazione della città. Sempre con l’idea trasmettere l’idea di un sindaco che non abbandona mai i propri cittadini, Erdoğan non perdeva occasione per farsi vedere in pubblico, ad inaugurare nuovi edifici o anche solo per farsi acclamare dalla folla.

È in questi anni che si crea intorno ad Erdoğan l’aura di politico attento ai problemi del popolo e sempre attivo per risolverli, di uomo pragmatico e in grado di portare a termine tutti gli obiettivi che si poneva, in nome del benessere dei suoi cittadini. Questa immagine accompagnerà la sua figura per lungo tempo, illudendo i Turchi prima e la comunità internazionale poi. D’altra parte egli stava ben attento a non mostrarsi eccessivamente nelle vesti di figura di punta del Refah, nonostante il partito cercasse di presentarlo come tale, e tentava esclusivamente di presentarsi come amministratore deciso e accorto e non come politico inserito nell’area della destra islamica. Erdoğan sapeva benissimo che i tribunali turchi aspettavano un suo passo falso per metterlo sotto processo e con lui tutto il suo partito.

L’occasione non tardò ad arrivare: il 6 dicembre 1997, proprio durante uno degli incontri pubblici tra dirigenti del partito che l’allora sindaco di Istanbul cercava di evitare in tutti i modi, il Tribunale per la sicurezza dello Stato incriminò Erdoğan di incitamento all’odio religioso. L’accusa fu di aver paragonato le moschee alle caserme e i minareti alle baionette in un impeto di nazionalismo mentre teneva il discorso di apertura dinanzi agli iscritti della Musiad, la Confindustria degli imprenditori islamici. Erdoğan venne condannato a dieci mesi di carcere, trascorrendone, però, solo quattro. Ma la condanna più pesante fu l’allontanamento dalla vita politica. Fu così costretto a lasciare il suo ruolo di sindaco e gli fu impossibilitato a candidarsi alle politiche del 1999: questa sentenza fu l’ultimo vero ostacolo che Erdoğan trovò sulla via per il potere, che dal momento della sua scarcerazione gli si aprì dinanzi.

Per il secondo capitolo clicca qui!

Per approfondimenti:

Ottaviani, Marta Federica, 2016, Il Reis. Come Erdoğan ha cambiato la Turchia, Textus Edizioni
Bozarslan, Hamit, 2006, La Turchia contemporanea, Il Mulino



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