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La presa del potere – Giustizia e sviluppo
Mentre Erdoğan era impegnato tra le richieste dei cittadini di Istanbul e il processo a suo carico, la Turchia viveva nuovi momenti di agitazione politica. Nel febbraio del 1997 il Paese aveva vissuto il suo ennesimo colpo di Stato, seppur consumatosi senza armi e spargimento di sangue, ma con un memorandum lasciato sulla scrivania dell’allora primo ministro Erbakan che fu, in seguito, bandito dalla vita politica per cinque anni e coinvolto in uno scandalo collegato al finanziamento pubblico dei partiti, tradendo l’immagine di correttezza e trasparenza che il suo partito aveva cercato di dare. Partito che, però, durò ancora per poco: nel gennaio del 1998 il Refah fu messo al bando per «azioni contrarie ai principi dello Stato laico». Dalle sue ceneri era nato il Fazilet Partisi (Partito della virtù), ma era ormai chiaro che qualsiasi partito che tentava di collocarsi in quell’area politica aveva le ore contate e non sarebbe sfuggito ai tribunali turchi. Infatti, appena due anni dopo, anche il Fazilet fu chiuso dai giudici, dopo che una loro parlamentare aveva rifiutato di rimuovere il türban, il tipico velo turco, durante il giuramento.
Quando ormai la fine del partito era vicina e bisognava decidere le sorti del nuovo corso della destra islamica, il già moribondo Fazilet si spaccò in due: da una parte i yenilikciler, i riformisti guidati da Erdoğan, dall’altra i gelenekciler, i conservatori che si riconoscevano nei vecchi valori del partito. Anche questa volta la vecchia classe dirigente non aveva compreso appieno le ragioni di Erdoğan: pensavano di avere davanti a loro un giovane politico in rampa di lancio che volesse rendere più moderate le posizioni della destra islamica e aprirsi alla modernità; Erdoğan, invece, era probabilmente il più conservatore tra i conservatori, ma aveva ben compreso che per portare a termine il suo piano aveva bisogno di due cose: evitare di finire di nuovo nel mirino della magistratura laica turca e ingraziarsi l’elettorato moderato, senza il quale non avrebbe mai potuto raggiungere il potere. Per ottenere questi due risultati c’era bisogno di una sola cosa: far credere che il nuovo partito avesse abbandonato le vecchie idee estremiste in favore di posizioni più concilianti e, una volta arrivati nei luoghi di comando, usare la propria influenza per mettere in atto la vera ideologia politica che egli portava avanti.
Il 14 maggio 2000 si tenne il congresso che avrebbe deciso il futuro del partito: i conservatori vinsero con 633 voti contro i 521 dei progressisti, causando una scissione che era ormai inevitabile. Da una parte nasce il Saadet Partisi (il Partito della felicità) guidato ancora una volta da Erbakan, destinati entrambi a sparire dalla scena politica turca; dall’altra il nuovo progetto politico di Erdoğan: L’AKP.

Niente nel nome e nel simbolo del nuovo soggetto che si affacciava sulla politica turca fu lasciato al caso: l’acronimo sta per Adalet ve Kalkinma Partisi (Partito per la Giustizia e Sviluppo). Da una parte, dunque, c’è uno sguardo rivolto al passato: la giustizia che per decenni è mancata al popolo turco, non solo a causa dei politici che non avrebbero fatto altro che mettere al primo posto i loro interessi, ma anche dei tribunali e dell’esercito che troppe volte avevano interferito con la vita dei cittadini. Dall’altra si mira al futuro con un concetto di progresso che viaggia su due binari paralleli: il primo è quello di un progresso della Nazione che possa portare la Turchia a dialogare da pari con l’Unione Europea, dall’altro quello che conduce ad una maggiore libertà per tutti e, dunque, anche per gli estremisti islamici. Entrambe le parole chiave della politica di Erdoğan avevano, quindi, una doppia sfumatura: quella di facciata e istituzionale tesa a tranquillizzare il mondo sulle sue intenzioni, una tenuta nascosta nelle prime fasi della sua ascesa che rivelava, però, la sua vera volontà. Infine bisogna ricordare che in turco ak significa pulito, per sottolineare ancora una volta la rottura con i politici corrotti del passato. Il simbolo fu scelto tra settanta bozzetti diversi e alla fine venne scelta una lampadina, ad indicare il futuro luminoso che aspettava la Turchia, da cui si irradiano sette raggi come sono sette le regioni in cui è diviso il Paese.
Il partito nacque ufficialmente il 28 agosto nel 2001 e fu collocato fin da subito da media ed esperti nel filone dell’islam moderato. Ma forse se si fosse prestata più attenzione si sarebbe potuto notare immediatamente l’errore di valutazione commesso, specialmente quando lo stesso Erdoğan, in quei mesi di campagna elettorale definì “irrispettosa” l’idea di accostare l’Islam al concetto di “moderato”. Ma tutti credettero, ancora una volta, all’immagine che il partito diffondeva di sé: ufficialmente si definiva il partito di tutti coloro che volessero una Turchia più aperta e moderna, pronta al dialogo con le minoranze, liberale e socialdemocratica. L’AKP cercò consensi soprattutto in Anatolia, la vasta area centrale della Turchia, fortemente conservatrice, legata al mondo islamico e formata da una media imprenditoria che sarà il principale bacino di voti per tutta la carriera di Erdoğan, sulla cui testa pendeva ancora la condanna di diversi anni prima. Per questo motivo la segreteria del partito venne affidata ad Abdullah Gül, suo uomo di fiducia, poiché Erdoğan non poteva rivestire alcun ruolo ufficiale nella politica turca. Ma le copertine, le prime pagine e le interviste avevano come unico protagonista Erdoğan: nel suo ruolo di uomo immagine del partito aveva il compito di ingraziarsi, grazie al suo carisma, sia la parte più conservatrice del paese, ma anche quella più moderata.
Ruolo che evidentemente gli riuscì benissimo: alle elezioni del 2002 l’AKP prese il 34,28% dei voti e, grazie all’altissima soglia di sbarramento della legge elettorale turca posta al 10%, ottenne la maggioranza dei seggi e fu in grado di costruire il governo da solo. L’unico altro partito che riuscì ad entrare in Parlamento fu il CHP (partito kemalista di centro-sinistra) che ottenne il 19%, mentre il resto della vecchia politica turca fu annientato, lasciato senza alcuna più voce in capitolo. Erdoğan a causa delle sue vicende giudiziarie non aveva avuto la possibilità di candidarsi, ma l’opportunità gli arrivò da chi meno se lo aspettava, ovvero lo stesso CHP che nel decennio successivo sarà il primo partito di opposizione. Infatti in Parlamento fu votata da entrambi i partiti l’abrogazione dell’articolo 76 della Costituzione, atto che permetteva ad Erdoğan di tornare alla vita politica. Nel frattempo furono indette delle elezioni suppletive nel collegio di Siirt, dove Erdoğan si candidò ottenendo l’85%. Appena entrato in Parlamento, Gül gli cedette il posto da primo ministro: da quel momento la politica turca non sarebbe più stata la stessa.
Primo ministro – I pescinvedoli di Kumkapi
Il primo mandato da primo ministro scorre tranquillo, tra il supporto della comunità internazionale e una crescente approvazione all’interno del Paese. Come era già successo quando era sindaco di Istanbul, Erdoğan si fa apprezzare per il suo modo di fare, sempre deciso e risoluto, e dalla capacità di mantenere fede alle promesse elettorali. I suoi primi anni di governo beneficiarono anche di una ripresa economica dovuta alle liberalizzazioni in campo economico messe in piedi alla fine degli anni ’90. La magistratura turca, però, cominciava a temere un tale supporto ad un leader della destra islamica e per le strade di Ankara e Istanbul cominciavano le prime manifestazioni contro il leader dell’AKP. Ma niente di tutto ciò sembrava poter scalfire la popolarità del primo ministro. Il suo successo era così evidente che, quando nel 2007 terminò il mandato del Presidente della Repubblica, la maggior parte delle persone vedeva proprio in Erdoğan il suo successore naturale. Anche lo stesso primo ministro sembrava convinto di ciò: sebbene il suo partito non avesse i numeri in Parlamento per eleggere da solo il presidente, era convinto di poter contare di nuovo sull’appoggio di una parte del CHP per farsi eleggere. Tanti nomi giravano in quei giorni, ma nessuno riusciva ad accontentare tutti tra i partiti di opposizione, i militari e la Giustizia turca e, col passare del tempo, Erdoğan sembrava davvero l’unica alternativa possibile. Il primo ministro scherzava con i giornalisti, arrivando ad affermare che nessuno conosceva il nome del vero candidato e che sarebbe stato scelto «dai pescinvendoli di Kumkapi», piccolo distretto di Istanbul. In altre parole il nuovo presidente sarebbe stato quello più gradito alla classe media turca: ovvero Erdoğan stesso.
Quando tutto sembrava pronto per una sua elezione, però, Erdoğan dovette ricredersi e abbandonare la sicurezza che lo aveva contraddistinto fino a quel periodo. Il 18 aprile di quell’anno nella sede di una casa editrice autorizzata a stampare la Bibbia, tre presbiteriani furono torturati per ore e uccisi. Dopo l’omicidio del giudice Ozbilgin e di don Andrea Santoro nel 2006 e quello del giornalista armeno Hrant Dink pochi mesi dopo, questa strage fu il quarto fatto di sangue riconducibile a motivazioni religiose e politiche e fece cadere la Turchia in una situazione di caos e confusione.
L’esercito chiese espressamente che il nuovo Presidente non avrebbe dovuto avere alcun rapporto con gli ambienti islamici e che non avesse la moglie velata. Queste indicazioni escludevano nei fatti tutta la dirigenza dell’AKP, ma Erdoğan sapeva che, dandola vinta all’esercito, avrebbe perso tutta la credibilità accumulata fino a quel momento. Così alla mezzanotte dell’ultimo giorno disponibile per presentare i nominativi, indicò come candidato Abdullah Gül, che vantava ottimi rapporti con l’Arabia Saudita ed era sposato con una donna che indossava il velo quotidianamente. Era, dunque, un chiaro messaggio di ostilità mandato all’esercito che non fece attendere la sua risposta. Sul suo sito apparve, infatti, un messaggio scritto dal Capo di Stato Maggiore, nel quale si affermava che l’esercito era pronto a far ritornare la Turchia un Paese laico se il Governo non avesse invertito la sua rotta.

Il piano di Erdoğan era quello di eleggere Gül alla terza votazione, dove il quorum sarebbe stato abbastanza basso da non necessitare dei voti dell’opposizione. Così accadde, ma il CHP lasciò l’aula, facendo venir meno il numero legale e rendendo inutile l’elezione di Gül. Il tribunale annullò la votazione e la sentenza fu accolta da Erdoğan con molta frustrazione, tanto da arrivare a definirla «un colpo sparato contro la democrazia». Da qui seguì una crisi di governo che portò ad elezioni anticipate, ma probabilmente era proprio ciò che Erdoğan cercava: un plebiscito che gli permettesse di incrementare i suoi numeri in Parlamento per eleggere da solo il Presidente, governare senza alleati e rafforzare ancora di più la sua posizione.
Per le elezioni l’AKP si dotò di un team di professionisti della comunicazione, con il compito di seguire ogni singolo candidato, senza badare ai costi. Alcuni giornali riferirono di cifre intorno al miliardo di euro spese dal partito durante tutta la campagna elettorale. Il manifesto con cui Erdoğan si presentò era ancora più progressista di quello del 2002 e comprendeva l’ingresso nell’Unione Europea, maggiori diritti per le donne e le minoranze, riforme economiche e più investimenti per le infrastrutture nazionali. La campagna dell’opposizione si basò, invece, esclusivamente sulla figura di Erdoğan, che veniva dipinto come un leader estremista e pericoloso. Non che avessero torto, ma era difficile pensare di controbattere in questo modo alle visioni di progresso e libertà che il primo ministro prometteva agli elettori.
I risultati non tradirono le aspettative: l’AKP si confermò come primo partito con il 46,6% dei voti seguito dal CHP con il 20,9 % e dai nazionalisti dell’MHP con il 14,3%. Il partito di Erdoğan ottenne la maggioranza assoluta dei seggi ed era ormai pronto a governare da solo la Turchia.
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