L’evoluzione della retorica di Erdoğan (Capitolo IV)

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Presidente della Repubblica – La Germania di Hitler

Che ormai Erdoğan fosse disinteressato dal cercare ancora l’approvazione da parte della comunità internazionale, ma soprattutto dell’intero popolo turco, era evidente anche dalle sue affermazioni. Alle elezioni amministrative del 2014 l’AKP aveva ottenuto un’altra vittoria schiacciante dopo la quale, commentando i risultati durante un incontro col suo gruppo parlamentare, chiedeva agli Stati Uniti l’estradizione di Gülen, suo ex alleato poi diventato forse il più duro oppositore, considerando entrambi due nemici del popolo turco e della sua sicurezza.

Il 13 maggio di quell’anno, poi, un’esplosione in una miniera di carbone a Soma, sulla costa egea, provocò la morte di 301 minatori e ne ferì più di 80. Si trattava del più grande disastro minerario della storia della Turchia moderna. L’area della provincia di Manisa, dove avvenne l’incidente, era considerata uno dei simboli dello sviluppo economico portato avanti da Erdoğan. Ma dopo la tragedia ciò che venne fuori era totalmente diverso dalle storie che il primo ministro raccontava: stipendi bassissimi, norme di sicurezza inesistenti, orari di lavoro massacranti. Insomma la Turchia laboriosa del miracolo economico di Erdoğan non era come la si voleva raccontare. Ma al primo ministro tutto ciò non interessava più. Sapeva che gli animi erano così accessi in tutto il Paese e le posizioni erano diventate così polarizzate che ogni parola detta per convincere i suoi avversari sarebbe stata inutile e che nulla di ciò che affermava gli avrebbe fatto perdere consensi. Così, quando dovette commentare la vicenda davanti ai giornalisti, con estrema freddezza, insolita per un uomo che per tutta la sua carriera aveva fatto della vicinanza al popolo il suo punto di forza, affermò che incidenti come quello potevano capitare, come sono accaduti in Cina e in Inghilterra alla fine dell’800. Con questauscita infelice, però, paragonava la Turchia prima ad un paese non certo moderno e democratico, poi ad una nazione di più di un secolo fa. Ma come detto, poco interessava ad Erdoğan dei risvolti delle sue parole: nulla poteva far cambiare idea a chi lo criticava o a chi lo sosteneva.

In questo clima ci si avvicinava alle elezioni presidenziali, le prime con elezione diretta. Sembrava a tutti ovvio che il candidato dell’AKP sarebbe stato Erdoğan e ancora più scontata sarebbe stata la sua vittoria. Ma il primo ministro attese molto prima di presentare ufficialmente la sua candidatura, sia per far dimenticare la tragedia di Soma, sia per aspettare le mosse degli avversari. Il CHP e l’MHP presentarono un candidato comune, Ekmeleddin Ihsanoglu, diplomatico molto apprezzato a livello internazionale, ma privo dello stesso appeal all’interno della Turchia. Ma la vera novità fu la candidatura del leader del BDP, il Partico curdo democratico del popolo, Selahattin Demirtas. Nessuno dei due avversari aveva alcuna speranza: da una parte perché non erano in grado di ottenere un consenso che raccogliesse ampi spazi dell’elettorato, dall’altra perché nelle televisioni e nelle strade l’unico volto che si poteva vedere era quello di Erdoğan. La campagna elettorale del futuro presidente si basò quasi esclusivamente sul passato: nei suoi comizi parlava spesso con entusiasmo della battaglia di Manzikert del 1071 o della presa di Costantinopoli, a lungo evento quasi dimenticato dal popolo turco. Ma questo revisionismo serviva a gettare le basi di quella che chiamava Yeni Turkiye, la nuova Turchia, in vista di una data ben precisa: il 2023, ovvero il centesimo anno dalla nascita dello Stato turco.

Erdoğan vinse come ci si aspettava le elezioni, ma senza ricevere il plebiscito che si augurava: ottenne il 52% delle preferenze, contro il 38,44% di Ihsanoglu e il 9,7% di Demirtas. Davutoğlu, braccio destro del nuovo presidente, fu promosso come primo ministro, ma di fatto Erdoğan controllava il governo e il partito. Ma non gli bastava essere il padrone incontrastato della Turchia solo ufficiosamente, aveva bisogno anche di una legittimazione costituzionale. Da questo momento, così, partì una delle più dure battaglie che avesse mai portato avanti: quella per trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale. Per giustificare ciò, affermò che «non esiste un modello unico di sistema presidenziale. Ci sono tanti esempi in tutto il mondo anche nel passato: guardate la Germania di Hitler». Non certo un paragone rassicurante per coloro che speravano in una democratizzazione del Paese.

Il colpo di Stato fallito – Un dono di Allah

Quando Erdoğan commentò il fallito golpe nei suoi confronti, non esitò a definirlo «un dono di Allah». E non poteva essere altrimenti per lui, dal momento che l’evento che avrebbe dovuto decretarne la fine segnò invece l’inizio della sua leadership da despota. Tutto ebbe inizio la sera del 15 luglio 2016, quando i militari bloccarono i ponti che collegavano la sponda europea con quella asiatica di Istanbul e i carrarmati invasero la città. I jet cominciarono a volare a bassa quota sulla testa dei cittadini e in breve tempo fu chiaro ciò che stava accadendo: la Turchia stava vivendo il quarto golpe in meno di un secolo di storia. Questo, però, fu per motivi diversi molto differente da tutti gli altri. Innanzitutto fu il primo organizzato senza il supporto del capo di Stato maggiore che invece in questa occasione finì in mano ai militari rivoltosi. I primi movimenti partirono dall’aviazione, seguita poi da alcune truppe di terra. Fu evidentemente, però, fin dai primi minuti che il golpe non godeva di un consenso ampio tra i militari, ma soprattutto che non riceveva il supporto della polizia e dei servizi segreti. Gli autori del golpe, inoltre, non erano più gli stessi di quello del 1980, ma ne erano i figli. E, cosa più importante, avevano una visione completamente diversa di come sarebbero dovute andare le cose. Erano discendenti di quella sintesi turco-islamica nata proprio dopo quel colpo di Stato e, a differenza di chi li aveva preceduti, non legittimarono la loro azione in nome della Costituzione che, come abbiamo visto, era stata modificata con il referendum del 2010. Quello che accadde in quelle ore è, ancora oggi, per molti versi un mistero e forse è destinato a rimanere tale. Ma le conseguenze furono e sono tutt’ora tragiche: quando i sostenitori di Erdoğan seguirono le direttive del loro leader e scesero in piazza, gli scontri furono così accesi da portare il numero delle vittime a quasi 300 e più di 2000 quello dei feriti.

Ma la vera tragedia si compì nei giorni successivi: centinaia di migliaia tra militari di basso rango, docenti universitari, giornalisti, giudici, magistrati, comuni cittadini, furono allontanati dai posti di lavoro, incarcerati o processati. Nelle prime 48 ore le persone coinvolte dalle purghe furono 12000, arrivarono a più di centomila nelle settimane successive. I provvedimenti furono talmente immediati da far sorgere il dubbio che le liste di proscrizione fossero pronte da tempo.
Ormai non c’erano più dubbi su cosa fosse diventata la Turchia. Di sicuro non era più un modello a cui gli Stati mediorientali potessero aspirare (almeno agli occhi delle potenze occidentali). Erdoğan accusò immediatamente Gülen e i suoi seguaci di essere i principali artefici del tentato golpe e chiese l’estradizione agli Stati Uniti, dando vita ad una serie di ritorsioni che proseguirono per mesi. Ormai agli occhi dell’Occidente Erdoğan era solo un altro dittatore e lo stesso presidente non si preoccupava più di dare un’immagine diversa di sé.

È probabile che in parte Erdoğan avesse ragione e che davvero dietro il golpe ci fosse per buona parte il network creato da Gülen nel corso degli anni di auto-esilio. Ma sicuramente ne approfittò per far fuori qualsiasi tipo di opposizione, da quella gulenista e quella degli apparati laici. È interessante notare che a ricoprire tutte le posizioni lasciate vuote dalle purghe messe in atto, furono chiamati in gran parte elementi collegati allo scandalo Ergenekon, che aveva sconvolto la Turchia qualche anno prima e che, fino a quel momento, erano considerati i peggiori nemici di Erdoğan. Questo significa che, pur di liberarsi della presenza laica e gulenista all’interno dei luoghi di potere, il presidente era sceso a patti con l’ala più nazionalista della società civile turca, quella anti EU e anti NATO. Ormai la posizione di Erdoğan era chiara: non potendo più presentarsi come un leader moderato agli occhi dei suoi vecchi alleati, aveva deciso di abbandonarli, consapevole del fatto che loro non avrebbero potuto fare lo stesso.

Questo lo dimostra l’atteggiamento avuto dagli Stati Uniti nel corso della guerra in Siria e dell’Europa durante la crisi di migranti.
I primi non possono rinunciare ad un alleato strategicamente fondamentale nella lotta allo Stato Islamico e, per non indispettirlo, sembrano star abbandonando il popolo curdo, finora ora anch’esso di grande aiuto, al loro destino.

L’Unione Europea, invece, dimostratasi incapace a gestire l’afflusso di profughi provenienti dalla Siria, si è trovata in una situazione di svantaggio nei confronti della Turchia durante le trattative per trovare un accordo sulla gestione dei migranti. Ne è venuto fuori un compromesso che va a vantaggio esclusivamente della Turchia.

Infine bisogna sottolineare come la notte del golpe tutti i leader mondiali si astennero da ogni commento e aspettarono l’esito finale prima di condannare il gesto dei militari. Il segnale che, probabilmente, a loro non sarebbe dispiaciuto veder crollare il potere di Erdoğan.

Il fallito golpe ha rafforzato così il presidente su tutti i fronti: quello interno perché, con le epurazioni che ne sono seguite, ha trovato il modo di sbarazzarsi dei suoi nemici; su quello esterno perché il resto del mondo ha dovuto fare i conti con la realtà del regime di Erdoğan, ma ha anche dovuto realizzare che non avrebbe potuto far altro che accettare la situazione.

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