L’evoluzione della retorica di Erdoğan (Capitolo V)

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La questione curda

Nell’eterogenea folla che occupava Gezi Park durante le proteste del 2013 ci si poteva imbattere in persone di ogni età ed etnia: i giovani urlavano con gli anziani, i nazionalisti si univano ai laici, i musulmani dialogavano con gli armeni. Vi era un solo grande assente, non solo in quella piazza di Istanbul, ma anche in tutte le altre sparse per la Turchia che avevano seguito il vento di rivolta: il popolo curdo. Mentre il Paese faceva sentire la sua voce, il sud-est rimaneva in silenzio. Il difficile rapporto tra curdi e Turchi ha caratterizzato gran parte della storia della nazione ed è destinato a farlo per i prossimi decenni. Erdoğan ha cercato, ovviamente, di trarre il maggior vantaggio possibile da questa situazione.

Il motivo per cui i curdi si tennero lontani dalle manifestazioni del 2013 è comprensibile. Il 21 marzo di quell’anno, durante il nevruz, il capodanno curdo, a Diyarbakir, capitale morale del popolo, Demirtas e gli altri leader del BDP, lessero un messaggio di fronte ad una platea festante, con il quale chiedevano il cessate il fuoco unilaterale da parte del PKK, inserita tra le organizzazioni terroristiche che operano in Turchia, la deposizione delle armi e il ritiro dei guerriglieri dal territorio turco. Tutto ciò in vista di un processo di pace tra i curdi e Ankara che avrebbe dovuto finalmente riportare la pace tra le due fazioni. Pochi giorni dopo Erdoğan nominò un consiglio di 63 saggi con il compito di visitare il Paese, verificare l’umore dei cittadini rispetto all’accordo con i curdi e realizzare una road map del processo. L’allora primo ministro non era improvvisamente diventato simpatizzante di una minoranza che avrebbe potuto togliergli seggi in Parlamento e portare avanti una dura opposizione, ma stava utilizzando il BDP e i suoi voti per realizzare quello che all’epoca era il suo più grande sogno: trasformare la Turchia in un sistema presidenziale. Per farlo, però, aveva bisogno di cambiare la Costituzione, ma gli mancavano i numeri.

Così tentò di convincere i parlamentari curdi a votare la riforma costituzionale, promettendo di inserire al suo interno anche più diritti e libertà per il loro popolo. L’anno successivo Demirtas fondò l’HDP, il Partito democratico del popolo, inserendo nella dirigenza anche figure non curde. Nel frattempo molti miliziani del PKK si erano trasferiti nel nord dell’Iraq, protetti dal leader locale Massoud Barzani. I segnali di pace arrivavano dal popolo curdo, ma non si può dire lo stesso di Erdoğan. Già nel 2014 sembrava aver cambiato idea e rallentò le trattative, cominciando a disinteressarsi della questione. La pazienza tra i curdi, però, sembrava essere al limite. In un centro culturale a Parigi, tre donne curde, tutte appartenenti all’ala che si batteva per imbastire un dialogo col governo, furono uccise, probabilmente dall’ala più belligerante della minoranza.

La pietra tombale su qualsiasi forma di trattativa fu posta il 20 luglio 2015: un kamikaze si fa esplodere a Suruc, uccidendo 33 giovani curdi. Il PKK accusa immediatamente il governo di aver facilitato l’infiltrazione di membri dello Stato Islamico sul territorio turco in funzione anti-curda. Da quel momento riprenderà la guerra che era stata interrotta appena due anni prima: tra attentati dell’Isis nei confronti dei curdi (il più grave ad ottobre ad Ankara dove ci saranno 101 morti) e rappresaglie del PKK contro le forze armate turche, il Paese ricade in quella spirale di violenza e terrore che aveva conosciuto negli anni Ottante e Novanta.

Ma da questo caos esce vincitore il partito di Erdoğan: alle elezioni dell’estate del 2015 aveva raggiunto “appena” il 40%, mentre l’HDP era riuscito ad entrare in Parlamento con uno storico 13%. Quando pochi mesi dopo si tornò alle urne per l’impossibilità di formare un governo, l’AKP guadagnò 9 punti percentuali, mentre il partito di Demirtas ne perse quasi 3, superando di pochi decimali la soglia di sbarramento.

Nelle settimane che intercorsero tra le due tornate elettorali, il Paese viveva in un clima di terrore continuo, che favorì il partito di Erdoğan, in quel momento l’unico uomo che sembrava aver sotto controllo la situazione e in grado di riportare la stabilità in Turchia.

L’istruzione

Nei suoi anni da primo ministro. Erdoğan si rese immediatamente conto che gran parte della società civile si considerava ancora laica e che negli anni successivi la situazione non sarebbe cambiata di molto. Per questo capì che l’unico modo per fare in modo che crescesse quella che lui stesso definì «generazioni di musulmani devoti» bisognasse partire dai banchi di scuola. Per fare ciò, nel 2012 si mise al lavoro su una riforma scolastica per aumentare gli anni di obbligatorietà e renderla più efficiente, ma il cui vero scopo era quello di far ritornare prepotentemente la religione nelle scuole.

L’istruzione turca era molto cambiata dopo il colpo di Stato del 1997. In nome di una formazione laica, l’esercito aveva vietato da quel momento l’ingresso all’università a tutti coloro che avevano frequentato al liceo un imam hatip, ovvero le scuole vocazionali islamiche. Questo provvedimento, ovviamente, aveva fatto calare drasticamente il numero di iscritto in questi istituti. Con la riforma di Erdoğan, invece, l’iscrizione agli imam hatip era possibile fin dalle medie. Simbolicamente la data di approvazione della riforma fu proprio quella dell’anniversario del golpe.

Si stima che nel 2002 gli iscritti agli imam hatip fossero 65.000, diventati circa un milione nel 2015. Raddoppiando anche le ore di religione, passate da una a due, trasformando molti licei in scuole vocazionali e costruendone di nuove, Erdoğan sta riuscendo nel suo scopo di indottrinare una nuova generazione di turchi che, probabilmente non si riconosceranno più nell’esperienza laica dei loro genitori, ma in quella fortemente religiosa dei loro insegnanti.

Più volte Erdoğan è arrivato a lamentarsi della poca rilevanza che, a suo dire, ha la storia turca nei manuali scolastici. Le sue critiche si muovevano contro un presunto eurocentrismo degli insegnamenti, tanto da affermare che i giovani studenti conoscessero Einstein, ma non i pensatori islamici. Questa sua visione, però, è sbagliata. È almeno dai tempi del golpe del 1980 e dalla diffusione della Sintesi turco-islamica che i libri di testo sono pregni di un forte senso di nazionalismo. Dal colpo di Stato in poi si è tentato di instaurare un senso di appartenenza alla nazione turca negli studenti, in modo da farli riconoscere in un’unica entità. La Sintesi turco-islamica ha le sue radici nel nazionalismo kemalista ed entrò in contrapposizione col periodo “umanista” del primo dopoguerra, durante il quale si tentò di far rientrare la storia della Turchia in una cornice europea. Con la nuova visione, però, il popolo turco diventa di nuovo il perno della storia. Ed è importante dire “turco”, perché era così che venivano definiti anche gli ottomani. La Sintesi non ha, però, una visione estremista della religione. L’islam viene usato esclusivamente come ideale in cui riconoscersi e come collante della società.

Abbiamo più volte visto come Erdoğan abbia fatto più volte riferimento alla storia della Turchia, ai suoi eventi storici e ai suoi personaggi, per unire il suo elettorato. Una visione tale del mondo non poteva che avallare l’istruzione della Sintesi turco-islamica che è, infatti, ancora oggi, la visione prevalente nelle scuole del Paese.

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